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GAROFALO. PITTORE DELLA FERRARA ESTENSE

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A sentire Giorgio Vasari che lo conobbe e gli fu amico, il pittore ferrarese Benvenuto Tisi (1481- 1559), era una gran brava persona "molto da bene, burlevole, dolce nella conversazione e paziente e quieto in tutte le sue avversità". Per dirne una, intorno ai cinquant'anni perse un occhio e rischiò anche l'altro. Una disgrazia per chiunque, figurarsi per un pittore. Il Tisi restò amabile, "fu nell'amicizie ufficiosissimo e amorevole oltre misura" e continuò a dipingere opere mirabili "tanto ben fatte, e con pulitezza e diligenza". Gran lavoratore e uomo pio, "lavorò Benvenuto venti anni continui, tutti i giorni di festa, per l'amor di Dio (gratis insomma, ndr), nel monastero delle monache di San Bernardino, dove fece molti lavori d'importanza a olio, a tempera et a fresco [...]. Sono le dette opere di ragionevole componimento, con bell'arie di teste, non intrigate e fatte certo con dolce e buona maniera". Insomma quella del Tisi, detto il Garofalo dal paese di origine del padre, (e che talvolta firmava le sue tele con un piccolo garofano rosso), fu una vita esemplare e feconda.
Quanto alla valentia dell'artista, Vasari ricorda la folgorante scoperta di Raffaello e Michelangelo durante il soggiorno romano del 1512 e che "fu amico di Giorgione da Castel Franco pittore, di Tiziano da Cador e di Giulio Romano, et in generale affezionatissimo a tutti gl'uomini dell'arte". Insomma il ritratto di una mente ospitale con una straordinaria capacità di assimilare e mescolare le novità coloristiche della pittura veneziana - Giorgione e Tiziano - , il classicismo raffaellesco e le novità introdotte da Giulio Romano e Girolamo da Carpi. Una capacità di sintesi che Vasari apprezzava definendola "moderna".
Nella Ferrara del primo Cinquecento, regnanti Alfonso I e poi Ercole II d'Este, Benvenuto Tisi fu pittore tra i più richiesti. Soprattutto, il Tisi fu interprete gentile e delicato del sogno di classicità vagheggiato dalla cultura estense: il sogno di un mondo sereno, lontano da affanni e dolori . Per cinquant'anni il Garofalo dipinse - e con soluzioni originali - Madonne incantate, Santi e Bambini che sembrano personaggi delle favole ariostesche, ambientando le scene in meravigliosi universi fantastici.
Eppure, il talentuoso Benvenuto Tisi detto il Garofalo, così amato dai suoi concittadini, è stato a lungo dimenticato, complici la tremenda dispersione dell'arte ferrarese e lo sprezzante giudizio di Roberto Longhi che dell'"Officina Ferrarese" fu il cantore. Le critiche rivolte da Longhi al povero Garofalo rasentano l'insulto: si va dall'accusa di "un singolare estetismo bigotto" a un infamante "proprio il tipo del terrazzano schifiltoso che scende alla capitale due volte l'anno per mutar d'abito e frasario", per arrivare a "paganeggiante di provincia, accademico nella pelle".
La riabilitazione del Garofalo arriva ora grazie alla grande mostra allestita nelle sale, splendide e restaurate, del Castello Estense di Ferrara. Attraverso una sessantina di opere del Raffaello ferrarese (secondo la definizione che ne diedero i suoi contemporanei) e altre 12 tele dei suoi maestri e coevi viene ricostruita l'intera parabola creativa di Benvenuto Tisi e insieme, l'effervescente milieu culturale della corte estense.
La rassegna al Castello è il primo atto della neonata Fondazione Ermitage Italia che ha sede proprio nell'antica reggia estense. Per inaugurare la sua sede italiana il prestigioso museo russo espone i "gioielli di famiglia" concernenti il Garofalo, tra cui quella "Deposizione" (1540), che fece conoscere alla Russia il grande Rinascimento italiano e inaugurò nel 1720, ai tempi di Pietro il Grande, le collezioni reali russe.
Il percorso espositivo prende avvio dagli esordi del pittore estense cui sono dedicate tre sale degli appartamenti ducali al primo piano del Castello, con ampia scelta di tavole (fra cui la grande "Annunciazione" della Fondazione Dini) dipinte fra il 1505 e il '12. Altre tre sale, da quella del Governo a quella detta "dei paesaggi", nella Torre Marchesana, raccontano la maturità dell'artista segnata dalla folgorazione per l'arte di Raffaello e raccolgono opere realizzate dal 1512 al '26. La "Pala di Argenta"del 1512, e la monumentale e celebratissima Pala "Suxena" (dipinta due anni dopo) documentano l'influsso di Raffaello sull'arte del Garofalo e danno il via a una sequenza che racconta il migliore Garofalo del suo tempo migliore: dalla "Sacra Famiglia con San Giovannino ed Elisabetta" dei musei di Padova, alla "Circoncisione" del Louvre e all'"Adorazione di pastori"di Berlino; dal "S. Giacomo" di Palazzo Pitti ai "Noli me tangere" della Galleria Borghese e del Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Intorno a Garofalo sfilano i suoi maestri e sodali: da Domenico Panetti di cui è in mostra la splendida tavoletta della "Madonna col Bambino", dipinta nel 1500-1505, alla bellissima "Madonna col Bambino" di Boccaccio Beccaccini, al "Compianto sul Cristo Morto" e "Madonna col Bambino in trono" di Francesco Francia fino al fantasioso Dosso Dossi - col quale il Garofalo lavorò al "Polittico Costabili" - presente in mostra con la "Sibilla" dall'Ermitage e "Paesaggio con scene di vita di santi" dal Puskin di Mosca.
Lo splendido tramonto del maestro ferrarese, prima che la cecità gli imponesse di deporre definitivamente i pennelli, è raccontato dai grandi teleri dipinti per il monastero di San Bernardino tra il 1531 e il 1535: "Le nozze di Cana di Galilea ", l'"Andata al Calvario" e l'"Allegoria del Vecchio e del Nuovo Testamento", tela rimasta arrotolata per più di cinquant'anni e ora recuperata in tutto il suo splendore dall'Ermitage e "La moltiplicazione dei pani e dei pesci", a Ferrara dal siberiano Museo di Belle Arti del Lontano Oriente di Khabarovsk. E ancora le "Adorazioni dei pastori" della Capitolina e del Museo Puskin , e il grande "Cristo risorto" dell'Ospedale di Massalombarda.
La mostra si chiude sugli ultimi anni del vecchio maestro che, accanto alle tele religiose, continua a raccontare le favole belle del mito: "Venere e Marte e Diana con Endimione", da Dresda; "Augusto con la Sibilla", da Colonia; l'"Allegoria di Ercole d'Este e di Ferrara" dal Museo Liechtenstein di Vienna.
Chiusa la mostra la riscoperta del Garofalo può continuare, dipanandosi dal Castello all'intera città. Tutta Ferrara infatti testimonia la presenza di questa gran figura del nostro '500: da Palazzo dei Diamanti che custodisce un importante nucleo della sua opera, al Palazzo Costabili e al Seminario Vecchio da lui affrescati, alla Cattedrale e altre chiese che conservano tante delle sue tele.
 

 

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